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IL CENTRO PER LA PACE DI OVADA INTITOLATO A RACHEL CORRIE |
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CINDY CORRIE ALLA SERATA DI INAUGURAZIONE Siamo profondamente onorati di partecipare stasera all’intitolazione del vostro Centro per la Pace e la Nonviolenza alla memoria della nostra cara figlia Rachel. Rachel amava tutto il mondo. Anche se era nata, cresciuta, ed aveva studiato sempre nella stessa città, Olympia, nello stato di Washington, sulla costa occidentale degli USA, in realtà rimase sempre figlia e cittadina del mondo, e mantenne costantemente la voglia di viaggiare, di vedere altre parti della creazione divina, e di comprendere i ritmi di persone e luoghi diversi. Come le sarebbe piaciuto fermarsi qui ad Ovada per potere conoscere voi e ciò che state facendo per la pace. Vi siamo così grati per il vostro impegno a tener vivo il ricordo di Rachel, e siamo ansiosi di conoscere ciò che continuerete a fare a nome suo. Kahlil Gibran ha scritto, "Quando provi dolore, guarda meglio nel tuo cuore e vedrai che in verità stai piangendo per ciò che era la tua gioia". Dopo l’uccisione di Rachel, le parole di Gibran ci aiutano a ricordare, a sostare per richiamare alla mente tutti i momenti passati con Rachel –i momenti della quiete, quelli della meditazione, quelli dell’emozione, quelli del gioco; a ricordare ciò che ella era per noi, non soltanto ciò che è diventata. Quella citazione scarabocchiata su un pezzo di carta e lasciataci da un anonimo non è che una delle tante gentilezze ricevute, da parte di uno dei tanti che continuano a raggiungerci con il loro amore, sostegno, ed ispirazione. In questi ultimi mesi ci siamo veramente resi conto di fare parte di una unica famiglia umana unita nell’amore –persone sparse in tutto il pianeta che sono piene di affetto e compassione, e che si protendono verso chi soffre. Ci abbracciano, ci inviano lettere, e-mails, poesie e canzoni. Ci sorprende talvolta scoprire che i momenti tristi si fanno più sereni nella misura in cui ci apriamo agli abbracci, all’affetto, alle poesie, alle canzoni, oppure quando lo sguardo cade su quell’angelo in legno di olivo intagliato a Betlemme ed inviatoci da un gentile sconosciuto. Rachel era una persona bella, unica, affettuosa, gioiosa. Ci è di conforto sapere che, anche se il suo tempo qui è stato troppo breve, tuttavia ha vissuto una vita ricca, piena di esperienze stupende e pensieri meravigliosi. Uno dei professori di Rachel scrisse di lei, "All’inizio se ne stava tranquilla ad osservare con intensità, con profonda partecipazione, valutando tutte le possibilità. La prima conoscenza che ho avuto di Rachel è stata attraverso i suoi scritti, scritti che mi hanno messo sull’avviso, che mi hanno tenuto alzato fino a tarda notte con la loro intensità, bellezza, determinazione, e senso dell’umorismo. Rachel era continuamente alla ricerca di qualcosa, costantemente, ed era disponibile nei confronti dell’imprevisto. Si rendeva conto di cose che non sempre erano evidenti agli altri. Si interessava moltissimo agli altri studenti e si era fatta dei buoni amici. Li aiutava a rendere possibili le cose. Nel giugno dello scorso anno, Rachel aveva scritto a proposito della propria comunità, "Studiare la storia di questo posto mi dà un senso di radicamento. Mi rende più consapevole del fatto che io e la gente che mi circonda siamo attori della storia. Ci sorprende scoprire che i luoghi in cui viviamo sono importanti. La storia è motivante. Abbiamo sicuramente guadato le stesse acque e percorso gli stessi lidi di persone coraggiose. Questo fa sì che il coraggio ci appaia come una possibilità concreta." Rachel ci disse che andare a Gaza era stata una delle cose più importanti che avesse fatto in vita sua. Con l’International Solidarity Movement, aveva trascorso notti intere dormendo vicino ai pozzi di Rafah per impedirne la demolizione. Si era interposta fra i manovali palestinesi dell’acquedotto municipale che tentavano di riparare i pozzi e le torrette israeliane da cui partivano colpi di intimidazione contro imanovali e i volontari stranieri. Aveva documentato la distruzione di uliveti, giardini e serre, così come le vessazioni avvenute nei posti di controllo. Imparava l’arabo dai bambini palestinesi e li aiutava a fare i compiti di inglese. Aveva fatto amicizia con la gente di Rafah e una volta mi scrisse, "Sappi che ci sono tanti Palestinesi molto carini che mi accudiscono. Ho un piccolo virus influenzale, e mi hanno dato delle deliziose bevande al limone per curarmi. Inoltre la donna che tiene la chiave del pozzo dove dormiamo continua a chiedermi di te. Non parla una parola di inglese, ma mi chiede notizie di mia mamma molto spesso- vuole assicurarsi che ti telefoni." Nel corso della sua attività Rachel aveva lavorato fianco a fianco con ebrei americani e con Israeliani che si oppongono all’occupazione e lottano per la pace. Aveva operato con pacifisti israeliani per cercare di comprendere a fondo perchè si distruggano le riserve idriche dei Palestinesi. Aveva ricevuto assistenza da un riservista dell’esercito israeliano, padre di due figli adolescenti, che le aveva insegnato delle espressioni ebraiche da usare nei suoi incontri con operatori di bulldozer e carri armati. Rachel morì fra le braccia e col conforto dei suoi amici dell’ISM. Una di questi si chiama Alice, è ebrea, ha cugini in Israele e trema per loro ogni volta che sente la notizia di un attacco suicida. Il 16 marzo mia figlia morì schiacciata da un bulldozer israeliano mentre tentava di impedire la demolizione di una casa palestinese vicino al confine egiziano. Rachel ci aveva scritto in precedenza di questo posto ed ecco ciò che aveva detto, "Oggi, mentre camminavo in cima ai detriti dove una volta stavano le case, dei soldati egiziani mi hanno gridato dall’altro lato del confine, "Via, via!" perchè stava arrivando un carro armato. Poi hanno gesticolato e hanno chiesto come mi chiamavo. Questa curiosità amichevole mi ha turbato un po’. Mi ha rammentato quanto, in un certo senso, assomigliamo tutti a ragazzi che si interessano ad altri ragazzi: ragazzi egiziani che lanciano urli a donne sconosciute che si trovano sulla traiettoria di un carro armato. Ragazzi palestinesi colpiti dal fuoco dei carri mentre fanno capolino da dietro ai muri per vedere che succede. Ragazzi stranieri in piedi davanti ai carri con gli striscioni. Ragazzi israeliani anonimi dentro ai carri armati, che a volte urlano – a volte anche loro gesticolano- molti obbligati a stare qui, molti semplicemente aggressivi, che aprono il fuoco contro le case mentre noi ce ne andiamo." Non esiste un modo rapido o sicuro a nostra conoscenza per organizzare le nostre vite dopo avere perduto una figlia. Così continuiamo a muoverci giorno per giorno e a sperare che, condividendo il ricordo di Rachel e partecipando al dialogo sul problema israelo-palestinese e sul ruolo giocato dagli USA in questo problema, porteremo avanti l’opera di Rachel e contribuiremo ad avvicinare il giorno in cui finiranno le uccisioni in Israele e in Palestina, un giorno quando ci sarà una giusta pace che porti l’autodeterminazione per il popolo di Palestina e la sicurezza per il popolo di Israele. Rachel ci chiederebbe di concentrarci meno su di lei e molto di più su chi continua a soffrire e morire in Palestina ed Israele. Vorrebbe che facessimo tutto ciò che possiamo per sostenere chi lavora con coraggio e creatività per far finire in modo nonviolento l’occupazione. Rachel ci scrisse da Gaza, "Molta gente vuole far sentire la sua voce direttamente, piuttosto che attraverso il filtro di volontari bene intenzionati come sono io. Comincio ora ad imparare, e mi aspetto che sia una lezione molto impegnativa, quanto la gente sappia organizzarsi malgrado tutto, e sappia resistere malgrado tutto." Rachel credeva che gli individui e i gruppi ristretti avessero la forza di incidere sul corso delle cose. Nel giugno del 2002, scrisse in un tema, " Credo che sia importante che le persone che lottano contro la guerra e la repressione cerchino di individuare anche ciò che li definisce come comunità, oltre a parlare di guerra, razzismo ed ingiustizia. Non siamo al di fuori della comunità. Penso che sia importante includere i temi dei diritti umani e delle forme di resistenza all’oppressione nei modi in cui ci configuriamo in quanto comunità." Dopo avere subito la perdita di una figlia, la nostra famiglia ha incominciato a sentire di appartenere ad una comunità in espansione, con persone che si protendono da un capo all’altro della città, da un capo all’altro degli USA, da un capo all’altro del mondo, per farci sapere che si sentono spinte dal suo esempio a lavorare contro la guerra, il razzismo e l’ingiustizia. Fra le prime e-mail che abbiamo ricevuto c’erano delle inserzioni del quotidiano israeliano Ha’aretz fatte mettere de Ebrei israeliani che avevano compreso perchè Rachel era venuta a Gaza, che avevano compreso perchè quel giorno si era messa davanti al bulldozer, che avevano compreso che nel suo cuore compassionevole c’era amore per tutta l’umanità. Sono arrivate e-mail anche dai Territori Occupati, di Palestinesi che ci dicevano che per Rachel avevano deciso di impegnarsi in un lavoro nonviolento per la giustizia. Ci stanno a cuore i nostri nuovi legami con la comunità dei pacifisti palestinesi. Ci stanno a cuore i nostri nuovi legami con la comunità dei pacifisti israeliani. Ci stanno a cuore i nostri nuovi legami con la comunità dei pacifisti americani. Ci stanno a cuore i nostri nuovi legami con la comunità dei pacifisti italiani. Ricorderemo sempre le parole che ci scrisse Rachel da Gaza: "Questo deve finire. Credo che sia una buona idea che lasciamo perdere tutto e dedichiamo tutti la nostra vita a farlo finire. Non credo più che sia una cosa da estremisti. Anche se ho tanta voglia di ballare con la musica di Pat Benatar e avere dei ragazzi e disegnare fumetti per chi lavora con me, voglio anche che questo finisca." Mahatma Gandhi disse, "Un piccolo corpo determinato nello spirito e animato da una fede inestinguibile nella sua missione può cambiare il corso della storia." Sono convinta che il nostro piccolo corpo determinato nello spirito stia crescendo nella misura in cui sempre più numerosi diventiamo consapevoli dell’orrore e dell’umiliazione dell’occupazione e della violenza che essa causa a tante persone –Israeliani, Palestinesi, volontari di altri paesi. Rachel era andata a Rafah perchè era un posto dimenticato. Sapeva di correre un rischio, ma era disposta ad esporsi al pericolo per attrarre l’attenzione su un luogo che riteneva che il mondo avesse abbandonato. Aveva paura, tuttavia si fece coraggio. Quel giorno il corpo di Rachel venne schiacciato, ma sorprendentemente il suo spirito vive in coloro che sono ancora più determinati a portare avanti questo lavoro di attivismo nonviolento. Il suo spirito continua a vivere in Craig e in me e nei pacifisti di tutto il mondo. Il suo spirito continua a vivere in voi qui ad Ovada. Vi auguriamo ogni bene nel corso del vostro cammino. Vi ringraziamo per aver dedicato il vostro Centro per la Pace e la Nonviolenza a Rachel. Sarebbe stata felice di appartenere alla vostra comunità. Vi ringraziamo per avere voluto che noi fossimo qui oggi a partecipare ai vostri festeggiamenti e ad inaugurare la vostra attività a venire. Cindy Corrie Traduzione di Stefania Fusero
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