CENTRO PER LA PACE E  LA  NONVIOLENZA DELL'OVADESE  "RACHEL CORRIE"

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IL CENTRO PER LA PACE DI OVADA  INTITOLATO A RACHEL CORRIE

 COMUNICATO STAMPA DI  CRAIG E CINDY CORRIE A GERUSALEMME

Lunedì, 29 settembre 2003

Nostra figlia Rachel Corrie è stata uccisa da un bulldozer israeliano a Rafah nella Striscia di Gaza il 16 marzo 2003, mentre cercava di impedire la demolizione di una casa palestinese. Da quel momento, oltre a piangere nostra figlia, ci siamo anche impegnati a studiare questo conflitto che le stava così a cuore ed in cui perse la vita. Al fine di trovare un po’ di pace dopo la morte di Rachel ed anche per capire di più, era necessario venire in questa terra e camminare dove aveva camminato Rachel, e vedere quel che lei aveva visto.

Siamo arrivati a Tel Aviv il 12 settembre ed abbiamo passato le ultime settimane in Israele e nei Territori Occupati Palestinesi. Dal 15 al 20 settembre siamo stati nella Striscia di Gaza, principalmente a Rafah, dove siamo riusciti a incontrarci con molti amici di Rachel: quelli dell’ISM con cui aveva lavorato, le famiglie con cui aveva soggiornato per tentare di offrire qualche protezione internazionale, i bambini con cui aveva collaborato nella consulta giovanile, ed i membri della comunità che aveva conosciuto cercando di costruire legami fra Rafah e la sua città natale di Olympia negli USA.

A Rafah abbiamo potuto sperimentare, pur nel breve tempo del nostro soggiorno, un po’ della violenza dell’occupazione –gli spari notturni dai carri armati, la paura di andare in una casa di Rafah con il buio, perchè la famiglia da cui dovevamo cenare viveva in una strada esposta al fuoco delle torrette israeliane, ma anche la semplice e profonda dignità del nostro ospite che camminava lentamente al centro della strada per scortarci fino alla relativa sicurezza della nostra macchina.

Siamo andati ai pozzi dove Rachel ed altri attivisti montavano la guardia per permettere ai dipendenti dell’acquedotto di ripararli. Lì abbiamo visto, nel viso di questi, la preoccupazione per la incolumità nostra e dei bambini che ci seguivano. Abbiamo visto anche i buchi fatti dalle granate e dalle pallottole israeliani la sera prima.

Siamo tornati una seconda volta in una casa lungo il confine di una famiglia con cui avevamo pranzato il giorno prima per scoprire che il muro della stanza dove avevamo mangiato era crollato verso l’interno e le macerie erano ammucchiate contro un lato della casa. La sera prima le Forze Armate Isaeliane avevano mandato dei cani dentro la casa, seguiti poi da soldati che si erano fermati cinque ore a molestare i membri della famiglia. Abbiamo visto il fossato che avevano scavato nel cortile, distruggendo l’ orto, solo per concludere che non c’era nessun tunnel.

Abbiamo potuto visitare il luogo in cui è morta Rachel, dove siamo stati minacciati da un mezzo corazzato e da un bulldozer israeliani. Abbiamo visto l’alta muraglia di acciaio in costruzione da ovest a est, che sta dividendo in due la terra, le comunità e le famiglie di Rafah. Ed abbiamo visto con i nostri occhi il vorace appetito dei bulldozer israeliani, mentre ingoiavano uno dopo l’altro palazzi abitati dai membri di una comunità in nome della sicurezza di un’altra comunità.

Abbiamo potuto andare a trovare dei gruppi che portano avanti progetti in nome di Rachel: un asilo dove ci hanno accolto dei bambini sorridenti che cantavano a squarciagola, e un centro culturale giovanile che aspetta ancora i fondi per una biblioteca ed un’aula informatica. Abbiamo piantato ulivi e bevuto thè con gli amici.

Ed abbiamo saputo che a Rafah, sua città di adozione, proprio come ad Olympia, sua città natale, ci si aspettava sempre che Rachel sbucasse dietro l’angolo con il suo luminoso sorriso, la sua attenzione cordiale, seguita di solito da un piccolo corteo di bambini.

Poi abbiamo provato a passare a piedi il posto di controllo di Erez, che siamo riusciti a superare con pochissimi altri, mentre i nostri nuovi amici (amici di Rachel) rimanevano imprigionati a Gaza e potevano solo salutarci con la mano.

Abbiamo trascorso anche un po’ di tempo a Gerusalemme e nella West Bank. A Gerusalemme abbiamo visto il monumento che ricorda un attacco suicida ad un autobus ed abbiamo saputo di Shiri, che aveva la stessa età di Rachel e che è stata uccisa proprio l’anno scorso. Abbiamo sentito suo zio descrivere Shiri con lo stesso affetto e lo stesso orgoglio che la nostra famiglia prova per Rachel. Abbiamo capito che il dolore non si ferma con la linea verde.

Nella West Bank abbiamo visto prendere fisicamente forma la strategia della separazione nel moltiplicarsi di recinti, muri, documenti, e posti di blocco che separano non soltanto gli Israeliani dai Palestinesi, ma i Palestinesi dai Palestinesi, i contadini dai propri campi, i bambini dalle proprie scuole, gli operai dai loro posti di lavoro, i malati dagli ospedali, i vecchi dai loro nipoti, i paesi dalle riserve idriche, in definitiva un intero popolo dal proprio Paese.

Abbiamo visto ammassi di alluminio accartocciato, resti aguzzi e lacerati di quello che era un tempo il fiorente mercato di Nazlat Isa, aspro memento degli effetti devastanti dell’occupazione sull’economia di entrambi i popoli. Abbiamo visto anche l’orrore negli occhi di una donna mentre guardava la casa distrutta di alcuni suoi parenti nella parte Est di Gerusalemme.

E alla vigilia del Capodanno ebraico abbiamo festeggiato il Rosh Hashanah con amici israeliani in casa e in sinagoga. Abbiamo condiviso pane, barbabietole, melagrane, oltre ai racconti dell’anno passato e alle speranze per l’anno nuovo. E abbiamo condiviso la musica: canti di tanti secoli di sofferenze e coraggio, ma anche, nello stesso tempo, di gioia.

Arrivati quasi alla fine del nostro viaggio, siamo colpiti dalla terribile tragedia dell’occupazione: l’ironia di un popolo che ha sofferto tanto e che ora infligge sofferenze a tante altre persone, il massiccio impiego di uomini e denaro per sostenere l’occupazione, la disperata e raccapricciante strategia degli attacchi suicidi usati come risposta violenta all’occupazione, la paura dei Palestinesi quando vanno a dormire nelle loro case a Rafah e degli Israeliani quando prendono l’autobus a Gerusalemme. E su tutto ciò, il dolore profondo che ci accomuna.

E così, in procinto di partire, possiamo solo ripetere quanto detto da nostra figlia che scriveva alla madre: "Bisogna che finisca. Credo che sia una buona idea per tutti noi, mollare tutto e dedicare le nostre vite affinché ciò finisca. Non penso più che sia una cosa da estremisti. Voglio davvero andare a ballare al suono di Pat Benatar e avere dei ragazzi e disegnare fumetti per quelli che lavorano con me. Ma voglio anche che questo finisca. "