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BUONE
NOTIZIE
Un
Nobel dal color arcobaleno
Il
Comitato norvegese decide di premiare la keniana Wangari Maathai.
Ambientalista, attivista per la democrazia e i diritti civili, femminista.
"Proteggere il nostro ambiente naturale è il presupposto della
pace"
GIUSEPPINA
CIUFFREDA
Il Nobel è stato una sorpresa per Wangari Maathai, la prima africana a
riceverlo. Scienziata, ambientalista, attivista per la democrazia e per i
diritti umani, ieri ha pianto ed ha piantato un albero, una specie locale,
il Nandi Flame. Il Comitato norvegese le ha assegnato il premio "per
il suo contributo allo sviluppo sostenibile, alla democrazia e alla
pace" e per la prima volta ha indicato nella "nostra abilità di
proteggere il nostro ambiente naturale" il presupposto della pace.
Premiato anche l'approccio olistico di Maathai, che unisce ecologismo,
democrazia e diritti umani, in particolare quelli delle donne. Nata in
Kenya nel 1940, Wangari Maathai ha tre figli ed è divorziata. Si è
laureata in biologia negli Stati Uniti grazie a una borsa di studio.
Tornata in patria nel 1966 si è dedicata alla ricerca veterinaria presso
l'Università di Nairobi. E'stata la prima donna dell'Africa orientale a
prendere un Ph-D e il primo capo dipartimento donna di una università del
suo paese. Ma non è rimasta a lungo nei recinti universitari. Gran parte
del Kenya è ormai privo di foresta e il taglio non si ferma. Il deserto
avanza e la povertà aumenta. Maathai è convinta che fermare l'erosione
del suolo, fornire legna da ardere per cucinare e gli altri prodotti della
foresta, siano la chiave per la sopravvivenza delle comunità. L'idea
nuova sarà il Green Belt Movement, da lei creato nel 1977, che
pianterà in Africa più di 30 milioni di alberi. Maathai punta decisa
sulle donne africane, cogliendone il ruolo fondamentale per la
sopravvivenza delle comunità e le grandi potenzialità di gestione
sociale e politica. Protagoniste saranno infatti le donne dei villaggi,
che dalla forestazione otterranno anche un piccolo reddito, migliorando la
loro condizione. Per questo già dal 1976 lavora per il National Council
of Women del Kenya, di cui sarà presidente dall'81 all'87.
La difesa degli alberi la pone in rotta di collisione con il potere e con
il regime del presidente Daniel arap Moi. Negli anni Ottanta lotta contro
la cementificazione del parco principale della capitale, l'Uhururu. Viene
arrestata più volte, picchiata. Nel 1991 Amnesty International promuove
una mobilitazione internazionale per la sua liberazione (il manifesto
ne scrisse e la sostenne). Nel 1999 viene ferita mentre piantava alberi
nella Karuna Public Forest di Nairobi, forma di protesta pratica per
fermare la deforestazione. Attivissima nella coalizione per la democrazia,
viene eletta deputata nel 2002. L'anno seguente il nuovo presidente, Mwai
Kibabi che ha sconfitto Moi dopo 24 anni di potere ininterrotto, la nomina
Sottosegretario all'Ambiente.
Negli anni piovono i premi e gli incarichi, istituzionali e di movimento.
Nell'84 riceve il Right Livelhood Award, più noto come Nobel
alternativo. Creato da Jakob von Uexell per premiare movimenti e gruppi
che delineano stili di vita semplici e socialmente equi per il maggior
numero di persone possibile, viene assegnato ogni anno a Stoccolma il
giorno prima della consegna dei Nobel. Il Goldmann Prize per
l'ambiente arriva nel 1991. E ancora il prestigioso Premio Africa dell'Onu.
L'ultimo è il Sophie Prize, assegnatole quest'anno a Oslo. Maathai
è stata Visiting Fellow alla Yale University's Global Institute for
Sustainable Forestry nel 2002. E' tra i 500 personaggi eminenti segnalati
dall'Unep, l'agenzia per l'ambiente dell'Onu, e tra le "100
eroine" del mondo contemporaneo.
Non è facile raccontare l'incontro con lei. E' un'esperienza molto
particolare. Nel 1992 a Rio de Janeiro era una delle animatrici di Planeta
Femea, lo spazio delle donne della società civile presenti al Vertice
mondiale dell'Onu su ambiente e sviluppo. Allora Bush padre non firmò la
convenzione sulla biodiversità perché "contraria agli interessi
degli Stati uniti", stroncando le esili speranze dello sviluppo
sostenibile. La tenda delle donne al parco do Flamengo era il luogo più
vivace e stimolante. Wangari Maathai, carismatica, forte e disponibile,
arrivava al cuore e ti lasciava attonita perché vedevi in lei
completamente manifestata quella luce intensa racchiusa forse in ogni
essere umano.
Sorprende sempre la scarsa notorietà nel nostro paese di personalità
eminenti come Wangari Maathai. Dipende forse dal suo appartenere a un tipo
di intellettuale che ancora non viene riconosciuto come tale. Un
intellettuale impegnato dotato di visione ma anche di senso pratico, che
pensa e agisce in sintonia con le popolazioni locali mentre costruisce
reti planetarie. Difende le foreste e i fiumi, lotta per la giustizia
sociale e per i diritti umani. Non vede steccati ma relazioni tra le
politiche di pace, quelle economiche e le ambientali. E' un intellettuale
diffuso dagli anni Settanta-Ottanta soprattutto nel Sud del mondo, con
forti legami Sud-Sud ma anche Nord-Sud. L'humus è il debito estero
tragico del Terzo Mondo, la distruzione delle foreste e con esse dei mezzi
di sussistenza di milioni di indigeni, contadini e pescatori, l'aumento
enorme della povertà in Asia, Africa e America latina. Sono gli anni in
cui nasce la pratica e la teoria dell'ecologia sociale dei poveri proprio
quando in Occidente si ritiene che l'ambientalismo sia un lusso dei
ricchi. Si formano in quegli anni l'indiana Vandana Shiva, gli uruguaiani
Roberto Bissio e Eduardo Gudynas, il malese Martin Khor, il filippino
Walden Bello, le brasiliane Mary Allegretti e Marina Silva, oggi ministro
dell'ambiente del governo Lula, che hanno elaborato con Chico Mendes i
progetti per estrarre caucciu senza distruggere la foresta amazzonica.
Maathai è attivissima nel network mondiale Nord-Sud che ne scaturisce. E'
a Londra, nel 1985. E' la prima volta di un appuntamento poi noto, The
Other Summit (L'Altro Summit), organizzato ogni anno in coincidenza
con l'incontro annuale dei g7 dalla New Economics Foundation , il gruppo
inglese che tenta di definire un'altra economia. Dagli Stati uniti
arrivarono anche la futurologa statunitense Hezel Handerson, che parlerà
dei nuovi indicatori economici, e i Lappè, fondatori di Food First.
Maathai è nel gruppo dedicato all'agricoltura. Quindici anni dopo è tra
i promotori di Jubilee 2000, la coalizione che lotta per abolire il debito
estero del Terzo mondo. Sarà presente poi nei grandi appuntamenti
mondiali dei movimenti: a Seattle, nei Forum sociali mondiali, e a
Canberra, nel 2001, per il primo incontro mondiale dei Partiti verdi.
Maathai ormai si muove sulla scia dei grandi protagonisti della sua
Africa, da Mandela a Sankara a Cabral, e accanto ai nuovi protagonisti del
risveglio africano: artisti, musicisti, ambientalisti, attivisti sociali e
scrittori. Da Wole Soynka a Ken Saro Wiwa a Aminata Traoré, ex ministro
della cultura del Mali. Ma nei Forum mondiali le lotte ambientaliste,
spesso centrali nelle resistenze locali al neoliberismo, alle
privatizzazioni e alla globalizzazione economica, non hanno avuto
l'attenzione che meritano, necessaria a capire i movimenti esistenti e a
prefigurare alternative credibili. Il nesso tra protezione della natura,
giustizia sociale e pace ancora sfugge purtroppo anche a gran parte della
sinistra, vecchia e nuova. Il premio Nobel della pace a Wangari Maathai fa
giustizia di questa rimozione.
La
rivoluzione del riso:
www.peacereporter.net
10/09 buone nuove:
Africa e Asia. In un chicco. Si
chiama Nerica, è un nuovo tipo di riso, nato in Africa occidentale.
Per gli esperti potrebbe avere un notevole impatto economico e sociale
per tutto il continente. E non è un Ogm.
10 settembre 2004 - Una nuova coltura, sperimentata per la
prima volta solo sette anni fa nelle piantagioni della Guinea,
potrebbe essere una risposta a molti problemi economici, sociali e
umanitari del continente africano.
E’ il Nerica (New Rice for Africa), il nuovo riso per l’Africa,
come lo hanno ambiziosamente ribattezzato i membri della Warda (o
Adrao), l’organizzazione dell’Africa occidentale che lo
sponsorizza.
Nato nel 1996 dall’idea di uno scienziato sierraleonese, Monty Jones,
il Nerica è la combinazione di due tipi di riso: quello africano e
quello asiatico, entrambi molto usati nel continente nero e tuttavia,
se presi singolarmente, inadeguati o insufficienti per la popolazione
rurale. Perché? Lo abbiamo chiesto a Kanayo F. Nwanze, nigeriano,
direttore della Warda.
"Il riso africano è tipico del nostro continente", spiega
dal suo ufficio di Abidjan Nwanze. "E’ stato per secoli il
principale nutrimento degli africani. Ma ha un difetto. Sebbene esso
resista alle a volte drammatiche variazioni climatiche che avvengono
nel nostro continente, la sua produttività è alquanto bassa e quindi
non sufficiente, oggi, al fabbisogno di chi lo coltiva e chi lo
compra".
Per supplire a questa mancanza gli africani accolsero di buon grado,
circa mezzo millennio fa, il riso che i mercanti indiani, cinesi e
indonesiani introdussero in Africa.
"Di contro – continua Nwanze – il riso asiatico è sempre
stato molto più produttivo di quello africano, ma allo stesso tempo
meno resistente alla siccità e alla temperature secche di molte zone
dell’Africa. Questa sua vulnerabilità ha richiesto l’utilizzo di
fertilizzanti che un contadino africano non sempre si poteva
permettere".
L’inadeguatezza delle due specie ha comportato negli ultimi anni una
forte esigenza, da parte di molti paesi africani, di importare riso
per miliardi di dollari. Uno schiaffo all’economia, insomma, ma
anche un peso necessario, considerando che il riso è alla base dell’alimentazione
dell’80 per cento dei Paesi poveri, tra i quali abbondano quelli
africani.
A tentare di risolvere questo grattacapo è arrivato il Nerica, che -
ci tengono a specificarlo - pur essendo figlio della biotecnologia non
è un organismo geneticamente modificato (ogm).
In esso sono inglobati gli elementi migliori della specie asiatica e
di quella africana, con lo scopo di aumentare la produttività e
diminuire le importazioni. Inoltre, sostiene Nwanze, il riso Nerica è
più nutritivo per i bambini, poiché contiene valori proteinici più
alti. Ma non solo.
"I benefici di questa coltivazione – promette il direttore del
Warda – si estendono anche all’ambito sociale. Il Nerica cresce e
si sviluppa tra i 30 e i 60 giorni prima dei predecessori che l’hanno
generato. Questo permette ad agricoltori e contadini di raccogliere in
anticipo rispetto ai tempi. E raccogliere in anticipo significa
completare il lavoro entro settembre, che è il mese in cui molti
bambini cominciano ad andare a scuola. Così i genitori non li
obbligheranno a lavorare nei campi, ma li faranno studiare".
La scommessa finora ha convinto i governi di molti paesi dell’Africa
occidentale e ora si sta espandendo anche in Uganda e Kenya, a est.
Intanto dai quartieri generali del Warda arrivano le prime
rassicurazioni. In Guinea, Paese che per primo ha sperimentato questa
nuova coltivazione, le importazioni di riso dall’estero sarebbero
diminuite del 50 per cento.
Una buona notizia, soprattutto se con essa arriveranno anche i dati
dell’aumento del numero di studenti nelle scuole elementari
guineane.
Il nuovo riso per l’Africa ha conquistato anche gli esperti della
Fao, che ha ribattezzato il 2004 come l’anno internazionale del
riso.
"Il Nerica ha sicuramente un potenziale di cui l’Africa può
beneficiare – commenta dagli uffici romani della Food and
Agricolture Organisation, Eric Kuneman – e la Warda sta lavorando
per creare diversi tipi di riso che si adattino il meglio possibile
alle rispettive zone e aree climatiche".
Se, a dispetto degli scettici, i semi di questa nuova coltura
diventassero in futuro accessibili a tutte le aree rurali dell’Africa
sub-sahariana, quest’ultima potrebbe vivere una nuova rivoluzione
alimentare, economica e sociale. Un bel risultato, per un continente
che ha vissuto carestie dal Biafra all’Etiopia, che è entrato nel
terzo millennio con milioni di bambini-lavoratori e in cui la
fornitura di scorte alimentari viene usata – come nello Zimbabwe di
oggi – come mezzo per ricattare le comunità in dissenso con il
governo.
Pablo Trincia
Brasile:
Lula cancella il debito del Mozambico
Brasile.
Lula cancella il debito del Mozambico
1 settembre 2004
In occasione della visita ufficiale a Brasilia del presidente del
Mozambico, Joaquim Chissano, il presidente Luiz Inacio Lula da Silva ha
annunciato ieri che il Brasile ha cancellato il debito del paese
africano con il Brasile. ''E' una decisione importante per rafforzare i
nostri legami con le economie in via di sviluppo, e può servire
d'esempio ad altri paesi, grandi quanto o più del Brasile - ha detto il
presidente brasiliano - Ci sono paesi poveri dei quali sano tutti che il
debito è pressoché impossibile da restituire, ma continuano a far
pressione su di loro con il debito come una spada di Damocle''. Il mese
scorso, Lula aveva cancellato il debito della Bolivia con il Brasile. Il
Mozambico doveva 331 milioni di dollari al Brasile, dei quali 315 sono
stati cancellati, mentre i 16 restanti saranno trasformati in
investimenti brasiliani nel paese.
Colombia:
governo propone alle Farc negoziati via Internet
(ANSA) BOGOTA', 26 AGO- Proposto dal governo colombiano alle Farc
l'uso di Internet per avviare negoziati per uno scambio di uomini. Lo
ha reso noto l'Alto commissario per la pace, Luis Carlos Restrepo,
ribadendo di essere l'unico interlocutore designato dal presidente
Uribe per lo scambio di 50 guerriglieri in carcere con un gruppo di
rapiti 'eccellenti' nelle mani delle Farc. Già' giorni fa le Farc
avevano rifiutato una stessa proposta fatta da Uribe perché 'senza
realismo e serietà''.
2004-08-26 - 22:31:00
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